Monday, February 05, 2007

Le novità di Mussi

ANDU - 29 gennaio 2007
Associazione Nazionale Docenti Universitari


LE NOVITÀ DI MUSSI

1. La solita storia dell’Autonomia
2. La precarizzazione del ruolo dei docenti.
3. E gli Usa?
4. Una considerazione.
5. Appendice

1.
La solita storia dell'autonomia

Il ministro Fabio Mussi, su Repubblica del 14 gennaio 2007, ha scritto: «Il governo sta provando ad inventarsi qualcosa per ridurre al minimo gli elementi clientelari e nepotistici che hanno afflitto tanti passati concorsi, quali ne fossero le regole». Nell’articolo dell’Unità del 27 gennaio 2007 in calce integralmente riportato si legge:
«Mussi ha anche fatto cenno al sistema attuale di assunzione dei ricercatori, sottolineando di essere in linea teorica per l'abolizione dei concorsi. Tu chiami chi vuoi - ha chiarito - poi io ti valuto, e dopo ripetuti errori ti levo i soldi». Mussi ha posto l’attenzione sulla autonomia degli atenei e della comunità scientifica, che attraverso la nuova agenzia di valutazione di imminente varo “dovrà assumersi la responsabilità sulla base dei titoli di assumere qualcuno, poi l'agenzia
valuterà”».

Insomma Mussi, per combattere il clientelismo e il nepotismo, vorrebbe aumentare l’autonomia locale nel reclutamento, salvo, dopo “ripetuti errori”, levare i soldi sulla base dei giudizi della «nuova agenzia di valutazione di imminente varo».

Gli argomenti a favore dell’autonomia locale nel reclutamento sono gli stessi che portarono all’approvazione nel 1998 della legge Berlinguer sui concorsi locali a ordinario e ad associato, legge che produsse quei fenomeni di localismo, clientelismo e nepotismo, qualche anno dopo ‘scoperti’ da tutti (compresi gli ‘autori’ della legge).

Ecco una sintesi della ‘propaganda’ di allora a sostegno dei concorsi locali:

- Giorgio De Rienzo sul Corriere della Sera del 6.7.96 scriveva che con le nuove norme della legge Berlinguer «i nuovi concorsi dovrebbero sfuggire alle vecchie logiche mafiose. Infatti sarà più difficile per i membri della commissione stabilire accordi truffaldini, poiché si troveranno a decidere su un solo posto, per un singolo ateneo, e non più posti a livello nazionale».
- Angelo Panebianco sul Corriere della Sera del 22.7.96 affermava che solo «con l’autonomia e la libertà di competizione» si poteva contrastare il provincialismo.
- Umberto Eco su Repubblica del 23.7.96 sosteneva che la legge Berlinguer «cerca di far funzionare l’università come i giornali o un’altra azienda produttiva. Gli atenei diventano responsabili della scelta del professore di cui hanno bisogno. Ma allora avverrebbe quel che avviene per i giornali: alcuni fanno ottime scelte, vendono bene e sono considerati autorevoli, altri fatti male, e tirano a campare. O chiudono». Se non passa senza sostanziali modifiche la legge Berlinguer “addio Europa”, concludeva.
- Aldo Schiavone su Repubblica del 24.7.96 asseriva che è «importante non perdere tempo in discussioni improduttive impancate solo per vanificare tutto». Berlinguer, per «vincere una partita difficile», «la conduca con freddezza e duttilità - come sa del resto fare». «Vada per la sua strada, con fermezza e alla luce del sole».
- Marcello Pera sul Corriere della Sera del 25.7.96 dichiarava: «Finalmente abbiamo un bel ministro di destra - ha esordito il senatore berlusconiano -. Proprio quello che ci voleva! Se ha bisogno di aiuto, eccomi qua». «L’essenziale è resistere alle pressioni del partito trasversale che si oppone al rinnovamento. È una lobby potentissima: associati, ricercatori, sindacati dell’università».

Tra coloro che costituivano (e continuano a costituire) l’opinione pubblica sulle questioni universitarie, solo Nicola Tranfaglia intuì che «il decentramento così realizzato rischia di accentuare gli aspetti di clientelismo e di localismo già forti nelle nostre università». Per evitare ciò, Tranfaglia auspicava una vera autonomia degli atenei per la quale però «non si può non ipotizzare proprio l’abolizione del valore legale del titolo di studio» (da Repubblica del 25.7.96).

Naturalmente l’opinione pubblica vinse e la legge Berlinguer fu approvata, nonostante le nostre argomentazioni-previsioni di semplice buon senso. Il 27 giugno 1998, prima dell’approvazione della legge Berlinguer, abbiamo scritto:
«Con questa legge i concorsi locali ad ordinario e ad associato risulteranno una finzione come da sempre lo sono quelli a ricercatore. Localismo, nepotismo e clientelismo, già ampiamente esercitati nei concorsi per l’ingresso nella docenza, saranno praticati anche nell’avanzamento nella carriera, in misura di gran lunga superiore a quanto sperimentato con gli attuali meccanismi concorsuali» (Università Democratica, n. 162-163, p. 5).
E nel dicembre 1998 abbiamo aggiunto:
«ora anche la carriera deve essere decisa attraverso una cooptazione personale da parte di quelli che una volta si chiamavano baroni ed è ad essi che bisognerà affidarsi, con adeguati comportamenti anche umani, per vincere concorsi che sono considerati, non a torto, una mera perdita di tempo, un fastidioso ritardo all’attuazione di una scelta già operata» (Università Democratica, n. 168-169, p. 7).
Miscelando (come pare piacere a Mussi) l’assoluta autonomia nel reclutamento con la verifica a posteriori delle scelte da parte dell’Agenzia, il risultato sarà devastante per l’Università, portando ai ‘massimi’ livelli la cooptazione personale e il potere di chi, sul piano nazionale, ha sempre dominato sull’Università. Per eliminare la cooptazione personale e per affidare la scelta di chi reclutare all’autonomia della comunità scientifica proponiamo da sempre di fare svolgere i concorsi a ricercatore, banditi dagli Atenei, a una commissione nazionale composta solo da ordinari sorteggiati.

2.
La precarizzazione del ‘ruolo’ dei docenti

Nell’articolo dell’Unità si legge anche che Mussi ha detto: «Sono per introdurre il principio del superamento dell’inamovibilità dei docenti universitari». Lo stesso Mussi, su Repubblica del 15 luglio 2006, aveva dichiarato: «bisogna sfatare uno storico tabù dell’università italiana: chi entra e non fa carriera si sente un fallito. Negli altri Paesi non è così. Docenti dei vari livelli escono dagli atenei e arricchiscono con la loro conoscenza la pubblica amministrazione e le industrie. È necessario prevedere uscite multiple dalla docenza». La precarizzazione dei docenti di ‘ruolo’ è un obiettivo centrale della lobby accademica trasversale che vuole accrescere il suo controllo gerarchico. Un obiettivo già previsto nel disegno dei DS sull’Agenzia per la valutazione, presentato all’inizio del 2006, e nel progetto di legge dell’Ulivo sulla docenza, presentato alla fine del 2006.

3.
E gli Usa

Il ministro Moratti ha smesso di ripetere, come un ‘disco incantato’, che la docenza universitaria italiana era a forma di “piramide capovolta” solo quando ha smesso di essere ministro. Il ministro Mussi invece, più giustamente, dice che si tratta di una clessidra (in realtà è quasi un cilindro): «20 mila ordinari, 19 mila associati, 22 mila ricercatori». Però, il Ministro, come riporta l’Unità, di questa ‘forma’ si lamenta:
«L’Italia - ha sottolineato Mussi - è l'unico Paese in cui il numero degli ordinari e degli associati è uguale a quello dei ricercatori. Dobbiamo ripristinare la piramide assumendo più ricercatori e aumentando i loro stipendi».
Lo stesso Mussi aveva scritto su Repubblica del 14 gennaio 2007 che in Italia l’attuale rapporto tra le tre fasce rappresenta «un assetto surreale del corpo docente», mentre «in tutto il mondo la struttura è a piramide». Forse Mussi non riesce a trovare il tempo di documentarsi, continuando così a ripetere cose sbagliate. Infatti:

1. “Dobbiamo RIPRISTINARE la piramide”. Ma quando mai c’è stata la piramide? La stessa legge, il DPR 382 del 1980, che ha introdotto le fasce degli associati e dei ricercatori, prevedeva organici nazionali di 15.000 ordinari, 15.000 associati e 16.000 ricercatori.
2. “L'Italia è l’UNICO Paese in cui il numero degli ordinari e degli associati è uguale a quello dei ricercatori”. “In TUTTO il mondo la struttura è a piramide”.

Se gli USA fanno parte di "tutto il mondo" allora Mussi farebbe bene a leggere quanto segue:
«Complessivamente, il 31% di tutti i docenti a tempo pieno degli Stati Uniti è full professor, il 24% è associate professor e il 22% è assistant professor, mentre il restante 23% occupa altre figure contrattuali meno diffuse. Queste statistiche cambiano drasticamente negli atenei più prestigiosi, dove non è raro che il 70-80% dei docenti sia full professor. Come si vede, la struttura della docenza nelle università americane è tutt’altro che piramidale. Inoltre, come abbiamo detto, i docenti più giovani comunque non dipendono da altri docenti più anziani nè per la loro attività didattica né per quella di ricerca, e anche le loro prospettive di carriera dipendono solo da organi collegiali ampi e non da singoli docenti anziani» (da pag. 44 di L’Università negli Stati Uniti d’America di Lorenzo Marrucci).
Dunque non è vero che «in tutto il mondo la struttura è a piramide» e non è vero che «l’Italia à l’unico Paese in cui il numero degli ordinari e degli associati è uguale a quello dei ricercatori».

Tutto questo l’abbiamo già ‘segnalato’ nel nostro documento del 16 gennaio 2006 La ‘piramide’ USA, dove era anche scritto:

«Abbiamo già detto come non sia opportuno predeterminare alcuna forma geometrica dell’assetto della docenza, che è meglio farla derivare, man mano, dall’accertamento, senza clientelismi e senza nepotismi, delle capacità didattiche e scientifiche maturate dai singoli docenti».

4.
Una considerazione

Non è facile fare il Ministro per una Università statale, di massa e di qualità. Finora nessuno l’ha fatto. Nessun Ministro ha mai operato per realizzare l’autogoverno del Sistema nazionale delle Università e metterlo così in grado di difendere l’autonomia universitaria dai poteri forti accademico-politici.

5.
Appendice

Dall’Unità del 27 gennaio 2007:

Mussi: «Aumenterò del 20% lo stipendio dei ricercatori».

«Gli stipendi dei ricercatori sono oltraggiosi, voglio aumentarli del 20%». Lo ha detto il ministro per l’Università e la Ricerca, Fabio Mussi, durante un incontro in una sezione Ds di Roma. «L’Italia - ha sottolineato Mussi - è l'unico Paese in cui il numero degli ordinari e degli associati è uguale a quello dei ricercatori. Dobbiamo ripristinare la piramide assumendo più ricercatori e aumentando i loro stipendi». Allargando il discorso, il ministro ha garantito che sono in arrivo nei prossimi anni «una barcata di soldi per università e ricerca, e chi è più bravo li prende». Non usa mezzi termini Mussi nel preannunciare che i tempi delle vacche magre stanno, almeno parzialmente, per finire. Sono lontani i tempi delle frizioni con la parte del governo che sembrava penalizzare il mondo universitario. «Stanno arrivando i soldi della finanziaria e quelli europei - ha sottolineato - a questo punto sono le università a doversi svegliare». In particolare, ha ricordato Mussi, sono in arrivo «960 milioni di euro in 3 anni dalla finanziaria, ma soprattutto 53 miliardi di euro in 7 anni dal settimo programma quadro europeo, che presenteremo lunedì in pompa magna ai Lincei. Noi speriamo di arrivare al 14% di questi fondi, cioè 9 miliardi.

In più - ha aggiunto il ministro - ci sono i fondi strutturali europei. I soldi per la ricerca ci sono, sono le università che devono presentare i progetti". Mussi ha anche fatto cenno al sistema attuale di assunzione dei ricercatori, sottolineando di essere in linea teorica «per l’abolizione dei concorsi. Tu chiami chi vuoi - ha chiarito - poi io ti valuto, e dopo ripetuti errori ti levo i soldi. Sono per introdurre il principio del superamento dell’inamovibilità dei docenti universitari». Mussi ha posto l’attenzione sulla autonomia degli atenei e della comunità scientifica, che attraverso la nuova agenzia di valutazione di imminente varo «dovrà assumersi la responsabilità sulla base dei titoli di assumere qualcuno, poi l’agenzia valuterà».

Diffuso dall’ANDU il 29 gennaio 2007

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