Wednesday, January 10, 2007

Valutazione e Agenzia: difficoltà e rischi

Invitiamo a leggere l’articolo, qui sotto riportato, L’Università, contraddizioni e difficoltà dell’Unione, apparso su Liberazione del 9 gennaio 2007.


L’università, contraddizioni e difficoltà dell’Unione

di Alberto Burgio
e Armando Petrini

Se c’è un settore della politica del governo in cui continuano a emergere con particolare chiarezza le contraddizioni e le difficoltà in cui si dibatte l’Unione, questo è il settore delle politiche universitarie. Non siamo qui solo ben distanti da posizioni che possano avvicinarsi alle proposte di Rifondazione Comunista ma è, in realtà, lo stesso programma dell’Unione a venire messo in discussione. Il caso della Finanziaria è stato chiarissimo. Nonostante lo sforzo
profuso dai nostri parlamentari e dal Dipartimento Università del partito - che si è concretizzato in un attento lavorìo sugli emendamenti alla Finanziaria - non si può ignorare un bilancio sostanzialmente negativo. Lo ha opportunamente sottolineato Fabio de Nardis su Liberazione qualche giorno fa: «Il governo dell’Unione - ha osservato - ha inspiegabilmente deciso di proseguire sulla falsa riga dei precedenti governi che da anni operano per distruggere l’Università statale, sia attraverso una progressiva riduzione dei finanziamenti, sia attraverso una radicale delegificazione del reclutamento dei nuovi docenti e dell’organizzazione degli atenei».

Il punto è proprio questo. Ci è già capitato di insistere in altre occasioni sulla sostanziale continuità delle politiche del governo Prodi, in materia di Università, rispetto alle politiche dei governi che si sono susseguiti negli anni Novanta. In questo senso la Finanziaria non è tanto il frutto di poca attenzione per i problemi dell'Università, quanto il riflesso di una impostazione sbagliata dei problemi e delle possibili soluzioni. Se è vero, come è vero, che negli ultimi anni la parola università «ha perso perimetri semantici univoci», come ha scritto di recente Francesco Raparelli sul Manifesto, e che «il senso unitario attribuito alla parola università si è completamente frantumato», occorre riconoscere che siamo di fronte a un progetto perseguito con ostinazione e pervicace lucidità da uno schieramento politico trasversale, che va dalla destra confindustriale ad ampi settori della sinistra moderata. Un progetto che prevede lo scardinamento dei principi guida che hanno retto la vita degli atenei italiani dal dopoguerra a oggi (o meglio a “ieri”). Uno di questi principi è il ruolo fondamentale della ricerca. Anche su questo tema sembrano affacciarsi nubi fosche all’orizzonte.

Prendiamo l’esempio di uno degli argomenti caldi su cui si discuterà nei prossimi mesi: la questione della valutazione. Di cosa si tratta? Il ministro Moratti, durante la scorsa legislatura, aveva istituito un’Agenzia incaricata di valutare i “prodotti” della ricerca (ah, la malizia dei nomi!) di tutte le Università italiane. L’Agenzia ha concluso i suoi lavori nel gennaio del 2006. A sua volta il ministro Mussi ha dato vita, con un decreto già convertito in legge, a una nuova Agenzia ministeriale, affidandole il compito di valutare la qualità della ricerca degli atenei italiani, struttura per struttura, in modo tale da poter fissare dei parametri per la distribuzione dei finanziamenti per la ricerca. È opportuno specificare, per chi non conoscesse bene i meccanismi universitari, che stiamo parlando di finanziamenti vitali (ancorché gravemente insufficienti), di risorse necessarie, per mezzo delle quali ricercatori e docenti si pagano i costi delle proprie attività di studio. Attività che hanno poi evidentemente una ricaduta molto precisa sulla didattica, che si giova, o dovrebbe giovarsi, del frutto di quelle ricerche. Ebbene, noi consideriamo l’idea di una Agenzia di valutazione assai insidiosa, e temiamo che essa costituisca la classica risposta sbagliata all’altrettanto classica domanda giusta. La domanda giusta è che, nell’ambito dell’Università, ci sia più attenzione alla qualità, e che si mettano a punto meccanismi di controllo più rigorosi ed efficaci. La risposta sbagliata consisterebbe nell’istituzione di un’Agenzia che leghi i finanziamenti ai risultati di una valutazione condotta secondo criteri inadeguati.

Il tema è evidentemente spinoso. Va detto chiaramente che è corretto premiare il merito e scoraggiare lo scarso rendimento. In questo senso ha ragione il ministro Mussi quando - riprendendo la classica battaglia antiaristocratica della borghesia illuminista - afferma che il merito non è «un’invenzione dei ricchi per escludere i poveri, bensì la carta che hanno in mano i poveri per riscattarsi». Sottoscriviamo questa posizione. Anche se - memori dei principi base della nostra Costituzione - osserviamo che una discussione sul merito non dovrebbe mai prescindere da un discorso sulle opportunità: di quale “merito” parliamo finché le opportunità non saranno davvero uguali per tutti? Fatta salva questa considerazione (troppo spesso, invero, trascurata al pari del nesso che lega la qualità della ricerca scientifica alla condizione di precarietà in cui versa ormai la gran parte dei ricercatori italiani) bisogna comunque evitare che, sotto le “mentite” spoglie del “merito”, possa nascondersi dell’altro. A cominciare dalla volontà di amministrare in modo arbitrario e di ridurre, al tempo stesso, i finanziamenti destinati all’Università. Per impedirlo la soluzione sarebbe molto semplice: evitare in primo luogo che l’introduzione della valutazione avvenga contestualmente a una riduzione dei fondi di finanziamento. Altrimenti il sospetto che, alla base della conclamata battaglia meritocratica, agisca la volontà di comprimere i fondi resterebbe molto forte. La valutazione deve costituire un meccanismo per amministrare al meglio l’aumento dei fondi di finanziamento, non per giustificare una loro diminuzione. In secondo luogo - ed è il punto più delicato - si presenta concretamente il rischio che la valutazione si trasformi in una forma più o meno diretta di indirizzo, e dunque di controllo della ricerca e degli studi. L’eventualità è molto forte. E converrebbe discuterne con pacatezza, piuttosto che semplificare le questioni poste.

Una seria valutazione della ricerca universitaria è un’impresa estremamente complessa e difficoltosa. In base a quali criteri dovrà essere giudicata un singola ricerca o una determinata pubblicazione? E chi potrà farlo nel modo migliore? Tanto in campo umanistico, quanto in campo scientifico ci sono moltissimi ambiti disciplinari in cui non esistono criteri di valutazione condivisi e per così dire “oggettivi”. Come ha efficacemente scritto Maria Cristina Marcuzzo sul Riformista, valutare il lavoro scientifico e di ricerca è un’attività in cui non è affatto scontato “quale sia il metro e chi lo debba tenere in mano”. Men che meno si può pensare di risolvere seriamente il problema imboccando la scorciatoia di un criterio meramente quantitativo. E ancora, come non preoccuparsi (è sempre Marcuzzo a scriverlo) dell’eventualità che «il modello culturale di riferimento possa diventare unico»? Come non vedere il rischio che una valutazione il cui metro è di difficile individuazione scivoli fatalmente verso un adeguamento al pensiero e alla cultura dominanti? Se le cose stanno così, allora non sembrano esistere scorciatoie. Per quanto possa apparire complicata, l’unica strada percorribile parte dall’interno delle stesse Università e degli stessi Enti di ricerca pubblici oggetto di valutazione. È solo da lì che potrà prendere il via un serio approccio al tema della valutazione. Sono le singole comunità scientifiche che devono darsi regole più rigorose di giudizio. Il ministro dovrebbe dunque intervenire in questa direzione, prescrivendo che ciascun raggruppamento scientifico-disciplinare definisca, entro una scadenza tassativa, un parametro di giudizio pertinente nel proprio ambito di ricerca. Tutto il resto - nonostante le migliori intenzioni - rischierebbe di risolversi in un inganno: dove l’etichetta rassicurante del “merito” finirebbe per nascondere, e per legittimare, un processo di restrizione della libertà di ricerca e di insegnamento protetta dalla stessa Costituzione repubblicana».

Diffuso dall'ANDU il 10 gennaio 2007
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