Monday, January 01, 2007

Maria Cristina Carpuzzo: Quale standard adottare per misurare la qualità? La ricerca non si valuta solo con la conta delle pubblicazioni.

Invitiamo a leggere il sottoriportato intervento La ricerca non si valuta solo con la conta delle pubblicazioni di Maria Cristina Marcuzzo, apparso il 5 dicembre 2006 sul Riformista.

Ricordiamo che sulla questione della valutazione l’ANDU ha già espresso, assieme alle altre Organizzazioni della docenza, l’esigenza di un Organismo di valutazione: «La legge deve disciplinare: a) un’autorità centrale politica (MIUR), che programmi e indirizzi (a monte), premi o sanzioni (a valle); b) un’autorità centrale tecnica (Authority), che valuti la qualità dell’attività svolta, secondo parametri noti e discussi con la comunità scientifica»; (dal documento unitario diffuso nel febbraio 2006). Le stesse Organizzazioni hanno poi ribadito che è «necessario istituire una istanza terza di valutazione che eserciti la sua funzione in merito alle strutture di Ateneo, secondo parametri noti e discussi con la comunità scientifica: istanza distinta dall'Autorità politica alla quale deve competere la gestione dei risultati della valutazione» (dal documento unitario del 14 settembre 2006) e hanno aggiunto che «impropria è la introduzione in un decreto legge dell’Agenzia di valutazione» (dal documento unitario del 13 ottobre 2006).

Dal »Riformista« del 5 dicembre 2006:

Quale standard adottare per misurare la qualità
La ricerca non si valuta solo con la conta delle pubblicazioni

di Maria Cristina Carpuzzo

Si fa presto - anche se si fa sempre bene - a invocare la valutazione della ricerca come criterio per la distribuzione dei fondi pubblici o in generale per l’upgrade del sistema universitario italiano. Ma se la parola “valutazione” viene issata solo come una bandiera, si rischia di trovarsi senza compagnia. L’esperienza del Civr (Comitato interministeriale per la valutazione della ricerca) o il progetto governativo di un’Agenzia per la valutazione mostrano che esistono diversità di vedute che non possono essere semplicemente liquidate come zizzania da estirpare per far crescere l’erba buona. Lo dimostrano la presentazione di una relazione di minoranza di un autorevole componente del panel 13 (Economia e statistica) del Civr, Luigi Pasinetti, e le recenti dimissioni di Walter Tocci (responsabile Ds dell’area università e ricerca) sull’articolo della finanziaria che riguarda l’Agenzia. Misurare la qualità nel campo complesso e vario dei prodotti della conoscenza pone problemi di scelta di standard diversificati, per ambito e per approccio, disciplinare. Roberto Perotti, sul Sole24ore del 30 novembre, non sembra invece nutrire dubbi che la qualità degli articoli, in economia, si misuri immediatamente e semplicemente dalla graduatoria delle riviste in cui sono pubblicati, e che il numero delle entries in un riconosciuto repertorio di scritti (l’Econlit) sia una buona misura del valore di un ricercatore o della validità di una procedura concorsuale. Ma come viene fatto il ranking delle riviste e quali sono gli articoli che vengono censiti nell’Econlit? Nonostante aggiustamenti e ponderazioni, è stabilito in base all’Impact factor, cioè il numero di volte che una rivista viene citata (paradossalmente anche per dissentire) in riviste censite dall’International citation index. Le distorsioni di questo strumento non coinvolgono solo le scienze sociali, ma anche una disciplina non sospetta di “leggerezza” metodologica, la matematica, come ha denunciato Alessandro Figà Talamanca in più di un’occasione. Perché giuristi, storici, filosofi e letterati non nutrono altrettanta fiducia, come alcuni economisti, nella possibilità di giudicare la qualità della ricerca dal luogo di pubblicazione e dalla conta degli articoli in repertori indiscussi? Giustamente fanno notare che verrebbero sottopesati i libri, che costituiscono un genere non proprio marginale della loro produzione. Vuol dire che questi colleghi sono nemici della valutazione? O vuol dire che valutare il lavoro scientifico e di ricerca è un’attività in cui è non è indiscusso quale sia il metro e chi lo debba tenere in mano? E poi come fa a non preoccupare l’idea che il modello culturale di riferimento possa diventare unico, con buona pace del pluralismo e dell’innovazione? Questi rilievi non devono essere interpretati come un’opposizione alla valutazione o all’impiego di metodi quantitativi per effettuarla. Anzi, proprio perché si riconosce che il sapere è per sua natura gerarchico, si vuole certezza che il riconoscimento del merito non sia unilaterale, univoco e contingente. Chi in anni passati avrebbe dato soldi a studiosi che ricercavano la spiegazione del comportamento economico nella psicologia e nelle neuroscienze? Il premio Nobel a Daniel Kahneman ha sancito l’eccellenza di una pista di ricerca che nelle riviste top altrimenti non sarebbe entrata. In altre parole, è sempre bene finanziare in base al successo di oggi, o bisogna incentivare progettualità e scommesse, magari saltando una generazione di studi? Il King’s College di Cambridge, tra le prime tre università del mondo, alcuni anni fa finanziava specificatamente temi e argomenti che, non essendo “di moda”, non avrebbero trovato fondi adeguati. È un esempio di assunzione di responsabilità, ben diverso dalla conta degli articoli o la gara tra le pubblicazioni nelle riviste più citate, che viene oggi sbandierato per valutazione.

Università La Sapienza di Roma

Diffuso dall'ANDU il 5.12.2006

No comments: